Autore: admin

  • Il quesito (del COA di Ivrea) riguarda la possibilità, per un avvocato, di svolgere consulenza legale a favore di cittadini su incarico della Giunta di un Comune, dietro corresponsione di un compenso forfetario riferito a ciascuna consulenza resa ed in presenza di un tetto massimo alla retribuzione complessiva.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “L’accordo tra avvocato e cliente per lo svolgimento di attività legale dietro pagamento di un compenso forfetario è divenuto senz’altro legittimo ad opera dell’art. 2 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223. A tale fine non serve, peraltro, alcuna autorizzazione del Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

    Cionondimeno il Consiglio di appartenenza permane incaricato di vigilare sulla correttezza deontologica dell’operato dell’iscritto: nel caso di specie il Consiglio potrà legittimamente esaminare le circostanze del caso di specie, per verificare che l’attività resa dall’avvocato a beneficio del Comune rispecchi comunque i canoni di autonomia, indipendenza e decoro, che devono sempre caratterizzare la prestazione dell’avvocato.”

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Bonzo), parere del 26 ottobre 2006, n. 62

  • Il quesito (del COA di Bergamo) attiene alla condizione di un iscritto che sia divenuto Ministro del Governo in carica, e che risulti nel frattempo sottoposto a procedimento disciplinare. Il Consiglio chiede se debba applicarsi una sospensione dall’esercizio professionale, ovvero se debba procedersi disciplinarmente.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “In via preliminare deve precisarsi quale sia l’ambito di operatività della recente norma che prevede un’incompatibilità tra le cariche di governo ed alcune attività professionali.

    Si tratta, in particolare, dell’art. 2, primo comma, lett. d) della l. 20 luglio 2004, n. 215: la disposizione prevede che il titolare di cariche di governo non possa «esercitare attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo».

    Il Consiglio dovrà, quindi, prima di tutto valutare che vi sia una forma di connessione tra la carica rivestita all’interno del Governo e l’attività professionale, un legame idoneo a generare conflitti d’interesse, ancorché meramente ipotetici o indiretti.

    Una volta accertata la sussistenza di una posizione incompatibile, il Consiglio dell’Ordine dovrà applicare il disposto del quarto comma del medesimo articolo, ove recita: «L’incompatibilità prevista dalla disposizione di cui alla lettera d) del comma 1 costituisce causa di impedimento temporaneo all’esercizio della professione e come tale è soggetta alla disciplina dettata dall’ordinamento professionale di appartenenza».

    In buona sostanza, la disciplina di legge prevede che, ove sia accertata la causa di incompatibilità con l’esercizio della professione, questa sia soggetta alla disciplina prevista in via ordinaria dall’ordinamento professionale di appartenenza. Alcuni ordinamenti prevedono che i professionisti che non possono esercitare la professione in ragione della sussistenza di cause di incompatibilità siano iscritti, per tutta la durata della situazione in parola, in un apposito elenco speciale (cfr. art. 29, ult. co, DPR 1067/1953, ordinamento della professione di dottore commercialista). L’ordinamento forense, invece, non prevede forme di sospensione temporanea dall’esercizio della professione al di fuori delle sanzioni disciplinari: l’art. 37 R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578 prevede che al verificarsi di una situazione di incompatibilità consegua la cancellazione dall’albo di appartenenza, salva evidentemente la facoltà dell’interessato di chiedere la reiscrizione allorquando rivesta nuovamente tutti i requisiti per svolgere l’attività professionale.

    Detta cancellazione è peraltro inibita (ai sensi del sesto comma dello stesso art. 37) quando l’interessato sia sottoposto a procedimento disciplinare.

    Non pare, quindi, possa esservi altra soluzione del caso rappresentato, se non quella di portare a compimento il procedimento disciplinare (ivi compresa l’esecuzione di eventuali sanzioni che dovessero essere comminate) per poi procedere, immediatamente dopo la sua conclusione, alla cancellazione (amministrativa) dell’interessato per incompatibilità, se essa permanga.”

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Morgese), parere del 26 ottobre 2006, n. 60

  • Il quesito (del COA di Palermo) verte sulla possibilità, per il praticante abilitato, di prestare il patrocinio avanti al giudice unico in funzione di giudice del lavoro.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “La capacità del praticante abilitato, ricondotta al contenzioso pretoriale fino all’abrogazione di detta figura, è ora limitata per valore di causa.

    In assenza di indicazione contraria si deve ritenere che la prescrizione di cui all’art. 7, comma primo, lett. a), della l. 16 dicembre 1999, n. 479, debba comprendere anche le cause dinanzi al giudice unico in funzione di giudice del lavoro. Pertanto il praticante abilitato potrà prestare la propria opera in tutte le cause nella quali il valore della controversia sia compreso entro i 25.822 euro (già cinquanta milioni di lire).”

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Petiziol), parere del 26 ottobre 2006, n. 59

  • Il quesito (del COA di Siracusa) riguarda la possibilità di iscrivere avvocati e praticanti nei relativi albi e registri sulla base di un’autocertificazione dei titoli e delle qualità richieste ai fini dell’iscrizione medesima.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “Ai sensi del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, l’iscrizione sulla base di autocertificazione è senz’altro possibile.

    Permane in capo all’Ordine l’onere di effettuare successivi controlli sistematici sulla veridicità delle dichiarazione prodotte presso le Amministrazioni di competenza.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Orsoni), parere del 13 luglio 2006, n. 57

  • Il Consiglio (di Spoleto) chiede se sia possibile, per una società per azioni controllata interamente da azionista pubblico ed affidataria di pubblico servizio, istituire al proprio interno un ufficio legale.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “L’esercizio della professione forense presso enti pubblici è previsto dall’art. 3, quarto comma, del R.D.L. 1578/1933. Ivi si prevede che possano iscriversi nell’apposito elenco speciale annesso all’albo gli avvocati operanti presso ufficî legali istituiti «sotto qualsiasi denominazione e in qualsiasi modo».

    La dizione è stata interpretata costantemente da questa Commissione nel senso che, per ottenere l’iscrizione nell’elenco speciale, è necessario che l’ufficio legale sia al servizio esclusivo dell’ente pubblico e che, a sua volta, il professionista sia adibito alle sole mansioni di carattere legale.

    Nel caso sottoposto la società interamente controllata dall’ente pubblico e avente ad oggetto sociale pubblici servizî rappresenta una longa manus dell’ente pubblico, cosicché non può dubitarsi della possibilità di istituire nel suo seno un ufficio legale, al quale possono essere preposti avvocati iscritti nell’elenco speciale.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Orsoni), parere del 13 luglio 2006, n. 55

  • Il quesito (del COA di Pesaro) riguarda la possibilità per un cittadino svizzero ivi esercente la professione di avvocato di essere iscritto presso un albo italiano degli avvocati.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “In assenza di accordi bilaterali specifici sul punto, il soggetto richiedente potrà senz’altro ottenere il riconoscimento del titolo straniero e la dichiarazione di equipollenza con il titolo italiano di “avvocato”, previo l’eventuale espletamento di prove d’esame compensative.

    Per i cittadini di Paesi extracomunitarî vale il disposto dell’art. 49 del D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, che prevede la possibilità di riconoscere titoli stranieri ai fini dell’esercizio di attività libero professionale nel nostro Paese.

    La relativa procedura è disciplinata dall’art. 12, d.lgs. 27 gennaio 1992, n. 115, e prevede la presentazione di apposita domanda al Dicastero competente (nel caso di specie al Ministero della Giustizia), che provvederà con proprio decreto.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Bonzo), parere del 13 luglio 2006, n. 54

  • Quesito del COA di Arezzo

    Il Consiglio (di Arezzo) segnala che un proprio iscritto ha ricevuto una richiesta di iscrizione da parte di un sedicente “Ordre docteurs CEE”, che si qualifica come detentore di un «albo generale dei professionisti» sotto il controllo della Commissione europea. Si chiedono notizie sull’ufficialità di tale associazione e su suoi eventuali rapporti con il Consiglio nazionale. La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere: “La Commissione precisa innanzitutto che non esiste alcun albo europeo dei professionisti e che l’associazione descritta nella documentazione allegata al quesito è del tutto sconosciuta a questo Consiglio. Per maggiore certezza la Commissione ha interpellato gli ufficî del Consiglio nazionale a Bruxelles, i quali hanno precisato che non esiste alcuna competenza comunitaria in materia, che dunque la dicitura «sotto il controllo della Commissione europea» è falsa, e che il documento trasmesso è caratterizzato da alcuni errori grossolani, quali l’evocazione della C.E.E. (sostituita dalla C.E. a partire dall’Atto Unico Europeo del 1986) e svariate improprietà grammaticali nelle frasi francesi utilizzate.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Morgese), parere del 13 luglio 2006, n. 53

  • Il quesito (del COA di Frosinone) verte sulla possibilità, per un praticante, di effettuare la pratica presso più avvocati (tre nel caso delineato) aventi lo studio professionale in città diverse.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “È vero, come ricorda il Consiglio remittente, che la legge professionale non si occupa esplicitamente del numero di avvocati esercenti presso cui il praticante può svolgere il proprio percorso formativo; è, però, altresì vero che gli artt. 8 e 18 del R.D.L. 1578/1933 si preoccupano di configurare un rapporto tra praticante e dominus, nel quale il praticante ha obbligo di svolgere con costanza e diligenza il periodo di pratica, mentre l’avvocato ha il dovere di sovrintendere al periodo di tirocinio medesimo, essendo responsabile del suo buon andamento davanti al Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

    Perciò non vi è dubbio che, per rispettare la volontà del legislatore, è necessario che vi sia un soggetto che abbia la supervisione dell’attività del praticante nel suo complesso, pur essendo possibile ed, anzi, auspicabile, che il praticante si formi anche con attività ulteriori rispetto alla mera frequenza dello studio professionale prescritta dalla legge.

    In questo senso l’Ordine, nell’esercizio della sua autonomia regolamentare in tema di pratica, può prevedere che il praticante collabori anche con altri avvocati oltre al dominus, ma solo con l’accordo di questi e ferma restando la sua responsabilità quale supervisore della pratica, con correlativo obbligo di certificarne con la sua firma il regolare andamento.

    Quanto all’ipotesi di svolgimento della pratica presso più studî aventi sede in città diverse vale quanto appena precisato, con l’ulteriore avvertenza che non pare possibile svolgere, in modo ufficiale, la pratica presso avvocati iscritti ad ordini tra di loro differenti, poiché il periodo formativo è sottoposto al potere di vigilanza e controllo dell’ordine di iscrizione, e dunque non sarà possibile ufficializzare alcuna forma di “condivisione” dei praticanti tra ordini diversi.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Petiziol), parere del 13 luglio 2006, n. 52

  • Il quesito (del COA di Chieti) verte sulla sussistenza di un’incompatibilità tra la condizione di praticante avvocato ed il rapporto di lavoro dipendente e, in caso affermativo, se tale incompatibilità si riferisca anche al praticante non abilitato.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “Ai sensi dell’attuale normativa il regime di incompatibilità previsto per gli avvocati non è estensibile ai praticanti, in ossequio al principio generale per cui le cause di incompatibilità, traducendosi in sostanziali limitazioni al godimento di diritti individuali, sono da considerarsi insuscettibili di estensione analogica.

    In questo senso la Commissione si è orientata in senso difforme solo per i casi, quali l’appartenenza alle forze dell’ordine o a corpi militari, ove siano legislativamente imposti al soggetto obblighi di disciplina o di subordinazione tali da essere incompatibili con l’indipendenza prevista per il praticante avvocato (da ultimo confermato con il già citato parere 14 dicembre 2005, n. 93).

    È peraltro necessario distinguere tra la pratica in quanto tale e l’abilitazione al patrocinio, la quale invece non può essere concessa a soggetti che si trovino in posizioni per le quali è prevista un’incompatibilità con l’esercizio della professione forense (cfr. pareri 14 aprile 2000, n. 124 e 14 dicembre 2005, n. 93), come è nel caso ipotizzato, essendo il pubblico impiego o il rapporto di lavoro privato incompatibili con l’attività di avvocato ai sensi dell’art. 3, comma 2, del R.D. 1578/1933.”.

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Petiziol), parere del 13 luglio 2006, n. 51

  • Il quesito (del COA di Palermo) riguarda la debenza del contributo annuale all’Ordine di appartenenza per gli iscritti sospesi in via cautelare o disciplinare.

    In particolare il quesito scaturisce dalla circostanza, che si ritiene ingiusta, per cui colui che sia sospeso e poi riconosciuto estraneo ai fatti contestati è tenuto ad un versamento dal quale, viceversa, è esonerato colui che, dopo la sospensione, subisce anche la cancellazione o la radiazione.

    La Commissione, dopo ampia discussione, delibera il seguente parere:

    “L’obbligo di pagare un contributo periodico all’Ordine è correlato all’iscrizione all’albo e non all’esercizio della professione.

    Sulla scorta di questa considerazione trova una sua ragione l’obbligo, anche per il sospeso dall’esercizio professionale, di corrispondere il contributo all’Ordine, atteso che anche nel periodo di sospensione egli rimane comunque un iscritto.

    La cancellazione o la radiazione fanno cessare, invece, il legame di appartenenza dell’interessato all’albo. Ciò non toglie che colui che subisce la cancellazione o la radiazione è tenuto al pagamento della quota di iscrizione all’albo finché la sanzione non è irrogata, compreso l’eventuale periodo di sospensione cautelare.”

    Consiglio Nazionale Forense (rel. Bonzo), parere del 13 luglio 2006, n. 47